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L'argomento della settimana
ROMA, LA TELA DI PENELOPE

-DI SIMONE BRACONCINI- “Lusiano, Trigoria sarà siempre casa tua”: con queste incaute parole, al momento del commiato di (Luciano) Spalletti dalla Roma, accompagnate persino da un plateale abbraccio, si era aperta ufficialmente l’èra romanista dello spagnolo Ramón Rodríguez Verdejo, per gli amici Monchi. Da quella frase già si poteva capire come sarebbe andata a finire la stagione della Roma. Inopportuna e infelice, perché proferita a favore di un personaggio che, negli ultimi mesi, aveva contribuito a fare più “danni” che servigi alla Roma (leggasi “guerra” a Totti, ma non solo), quella frase echeggia oggi sinistra nella mente del disorientato tifoso giallorosso. La mentalità vincente, alla quale spesso lo stesso diesse ha fatto riferimento in questi giorni, è un qualcosa che deve partire proprio dalla società. Non si può pretendere grandezza dai giocatori, se questa grandezza non viene promossa e sostenuta nella stanza dei bottoni. E così, come novella Penelope, la Roma fa e disfa ogni anno la sua penosa tela: costruisce una squadra all’altezza, ma poi la smembra con cessioni utili solo a fare cassa, ma che impoveriscono in maniera avvilente il patrimonio tecnico della squadra. Marquinhos, Pjanic, Benatia, Gervinho, Ruediger, fino all’ultima perla, Salah. Giocatore straordinario da 30 gol in due stagioni (solo in campionato) e assistman per eccellenza. Non solo è stato commesso ancora una volta l’imperdonabile errore di vendere il più forte e decisivo di tutti, ma si è deciso di perseverare nell’incomprensibile strategia di non sostituirlo neppure. Alla fine, ad un solo giorno dal termine del mercato e dopo una penosa corte ad un calciatore (Mahrez) durata infruttuosamente tre mesi, si è virato (disperatamente) su Schick, un giocatore (per giunta, strapagato) che alla Roma non serviva e che neppure lontanamente ricorda, per caratteristiche, le fattezze della freccia egiziana venduta al Liverpool. Con un solo risultato: quello di mettere in difficoltà un allenatore che, di gatte da pelare, già ne aveva fin troppe. Già, Eusebio Di Francesco, altra scelta ai limiti del temerario: perché non basta avere delle buone idee di calcio se poi non si ha la personalità di trasferirle ai calciatori, avendo così la capacità di farsi seguire da questi. L’Eusebio disorientato poi, ci ha anche messo del suo: una formazione zeppa di riserve contro il Torino e addio Coppa Italia; la disperata ricerca di un assetto credibile in attacco (con la forzata imposizione di Schick) e addio campionato. Ora, rimane solo la Champions, dalla quale la Roma suvvia, prima o poi, uscirà. Ci si chiede, ad esempio, se con questi chiari di luna non sarebbe stato più intelligente partire dalle piccole cose per arrivare a quelle grandi. E, sullo sfondo, l’idea masochista di tenere fuori l’arrembante Nainggolan, autentica ira di dio romanista, dalla sfida di sabato contro gli orobici. Sarebbe bastata la multa (salata), il pubblico ludibrio e la ramanzina della società: invece si è optato per l’esclusione: cui prodest? L’Atalanta sentitamente ringrazia e si porta via i tre punti dall’Olimpico. Il nodo di tutto, sembra la politica che arriva dagli Usa. Roma chiama Boston: urge velocemente un cambio di strategia.
Le persone che stimiamo:
Marcello Micci, Mimmo Ferretti, Marco Cherubini, Giorgia Ferrajolo, Francesca Benvenuti, Stefano Antonucci, Riccardo Luna, Daniele Lo Monaco, Gianni Cerqueti, Massimo Limiti, Paolo Marcacci, Fabio Galimberti, Antonello De Fortuna, Ugo Trani.

Corriere della Capitale, Testata Giornalistica iscritta al Tribunale di Roma num. 268/2012 del 25/09/2012

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